Abruzzo, le mani dei Casalesi sulla ricostruzione

 

Rosaria Capacchione La regola numero uno impone l’inabissamento. La parola d’ordine è sparire, nascondersi, mimetizzarsi dietro reticoli di società, aziende, rapporti bancari. E nomi, tanti nomi, il più possibile distanti da se stessi e dall’area di provenienza, quell’agro aversano che coincide con la terra di Gomorra. La regola numero due prevede la precedenza assoluta agli amici, a quegli imprenditori inseriti nella lista degli «untouchable», gli intoccabili, ai quali non si chiede tangente: perché di emanazioni dirette del clan stiamo parlando. La regola numero tre è quella che coincide con la ragione sociale della Ditta: rastrellare denaro pubblico su tutto il territorio nazionale, infilandosi negli appalti per la costruzione della infinita autostrada Salerno-Reggio Calabria e sfruttando, come la «cricca» di Anemone e compagni e come fu all’epoca del terremoto in Irpinia, la pioggia di denaro che arriva nelle aree colpite dai disastri. Denaro rigorosamente trasformato in case, ville, auto di lusso, negozi e società: a Caserta, Roma, Latina, L’Aquila, Olbia, Tempio Pausania. Per raggiungere l’obiettivo, non servono i soldi delle banche. Non è necessario neppure attingere alle risorse personali. Basta avere la capacità industriale di garantire il prodotto finito: «Non gli faccio caccià mai i soldi, né in coppa a quella piccirella - spiegano parlando al telefono - né in coppa a quella grossa. Devi pensare solo a costruire». Un sistema. Una organizzazione perfettamente collaudata che si muove secondo regole lobbistiche che sono tipiche della camorra imprenditrice. È raccontata nelle oltre seicento pagine dell’ordinanza del gip Alessandro Buccino Grimaldi, lo stesso giudice che aveva firmato i provvedimenti dell’inchiesta sul consorzio dei rifiuti Ce4 e che ha parzialmente accolto le richieste dei pm Cristina Ribera, Giovanni Conzo, Raffaello Falcone, disponendo l’arresto di sei persone, tutti imprenditori, e il sequestro di beni il cui valore è stato stimato in almeno cento milioni di euro. È la sintesi di un’indagine fatta dagli investigatori del Gico di Roma, nata dalle dichiarazioni dei pentiti Gaetano Vassallo, Luigi Diana, Raffaele Piccolo - arrestato a maggio dello scorso anno, uomo di fiducia di Nicola Schiavone - e sviluppata grazie alle intercettazioni telefoniche. Conversazioni infuocate, quelle registrate subito dopo il terremoto a L’Aquila, attraverso le quali è stato possibile documentare anche il trasferimento di denaro dagli imprenditori casalesi ai prestanome abruzzesi. I destinatari delle misure cautelari in carcere, con accuse che vanno dal concorso esterno nell’associazione camorristica all’intestazione fittizia e al riciclaggio, sono Marcello Bianco, Tullio Iorio (già arrestato nell’ambito dell’inchiesta sulle attività del clan Schiavone), Luigi Pagano, Angelo Zaccariello, Michele Gallo, Raffaele Bencivenga. Attorno a loro ruota il sistema che ha coinvolto, complessivamente, 52 persone. Tra queste, anche gli insospettabili terminali delle richieste di favori, cioè di appalti. Tra le misure cautelari rigettate c’è quella a carico di Antonio Cerasoli, all’epoca dei fatti presidente dell’Unione cooperative dell’Aquila, ente commissariato poco dopo il terremoto. Di lui scrive il gip: «Pur non essendo stabilmente inserito nella predetta compagine associativa, operava sistematicamente con gli associati. Nella sua qualità di soggetto ben inserito nel tessuto economico aquilano (...) si adoperava altresì a reperire idonei locali in l’Aquila ove allocare la costituenda Gam costruzioni srl». La Gam è la società che Gallo aveva trasferito dall’agro aversano all’Aquila, operazione di mascheramento che doveva servire ad allontanare i sospetti di quegli investigatori che stavano monitorando l’attività delle stazioni appaltanti per evitare le infiltrazioni di camorra e ’ndrangheta nei lavori per la ricostruzione. Storia già vista trent’anni fa, ma questa volta la conclusione è stata diversa. © RIPRODUZIONE RISERVATA
 

 

 

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HET GOUD VAN DE CAMORRA