Casalesi, ecco la mappa partenopea dei patrimoni: ville, ristoranti e discount
di Rosaria Capacchione
NAPOLI (13 giugno) - Una villa in via Manzoni, un ristorante a Cappella Vecchia, un agriturismo sul lago d’Averno. Ma pure supermercati al Vomero, discount nella zona orientale.
E poi catene di negozi monomarca di abbigliamento, alberghi, discoteche, campeggi e ristoranti in zona mare, fino a Varcaturo, fino all’estremo confine della provincia di Caserta. Qualcuno ha un’antica tradizione di fiancheggiamento e di vicinanza ideale, avendo ospitato battesimi, matrimoni e prime comunioni di boss e figli di boss. Qualche altro, tra Baia e Bacoli, ha messo addirittura a disposizione il porticciolo privato, dove Michele Zagaria - capo casalese latitante da quasi quindici anni - ormeggiava il suo motoscafo veloce «Squalo 36» durante i summit con i colleghi del clan alleati.
La cronaca giudiziaria degli ultimi giorni ha documentato l’esistenza di basi d’appoggio e di attività commerciali controllate dal gruppo del killer casalese Giuseppe Setola e utilizzate durante il periodo delle stragi. Ma le frequentazioni napoletane e gli investimenti economici nel capoluogo regionale da parte della camorra casertana non sono una scoperta recentissima.
Già Antonio Bardellino aveva un piede a Napoli, nei locali notturni - era un assiduo frequentatore della «Mela» di via dei Mille - e nei negozi di Toledo e del Rettifilo, dove conobbe l’amante, Rita De Vita, poi diventata la madre dei suoi tre figli. Era amico per la pelle di Raffaele Scarnato, boss dei Quartieri, ammazzato un anno dopo la scomparsa in Brasile del capo della Nuova Famiglia, vittima della faida tra i Savio e i Mariano.
Francesco Bidognetti, invece, ha mantenuto per anni strettissimi rapporti di affari e di comparaggio con il capoclan del Vomero, Luigi Cimmino. E proprio al Vomero aveva aperto una catena di supermercati e discount Vincenzo Zagaria, altro esponente del clan dei Casalesi, arrestato ad Afragola nel 1996 e condannato all’ergastolo. Fino al 2004 ha mantenuto il controllo di quattro società commerciali - Oraldo, Danis, Masa International Trade e Discount Campano, - nelle quali aveva reinvestito il ricavato della frode comunitaria del burro industriale: oltre dieci milioni di euro. L’affare discount aveva visto la compartecipazione di Massimo, Antonio e Armando Nicoletti, figli e nipote di Enrico, il cassiere della banda della Magliana. Gli affari a Napoli città, la residenza sul lago, a Varcaturo. Sempre Vincenzo Zagaria era proprietario di una villa, con maneggio, parco e ristorante interno, con annesso circolo privato.
Altro giro, altri boss. Appartengono ai Casalesi alcune discoteche sequestrate a Napoli, in città, alcuni anni fa e che oggi hanno cambiato proprietà: erano riferibili alla famiglia Iovine, la stessa che a Roma aveva gestito il ristorante «Il Destriero», sulla Laurentina, e uno dei più rinomati locali notturni della capitale, il «Gilda». A vari prestanome dei casalesi sono intestati, invece, punti vendita di mozzarella di bufala, oggetto di misure di prevenzione, in zona Chiaia e Posillipo.
L’inchiesta della Dda di Napoli sulle coperture di cui ha goduto Giuseppe Setola hanno portato, invece, negli ultimi giorni, alla scoperta di una vera e propria rete di alloggi, residenze e luoghi di ristoro e divertimento gestiti da persone che, fino alla fine del 2008, erano degli insospettabili operatori turistici. Le indagini hanno accertato l’assidua frequentazione del killer con Giorgio Improta, proprietario di un vivaio in via Manzoni e di una villa, allo stesso indirizzo, costruita su un vigneto interno a terrazzo; proprietà alla quale era possibile accedere anche da Fuorigrotta. Improta è risultato legato a Larry Perham, italo-americano proprietario del Blue Moon, a Lucrino, arrestato con Setola a Mignano Montelungo.
Il finto cieco ha soggiornato assieme ai suoi uomini anche sul lago d’Averno: all’agriturismo Terra Mia, a pochi metri dalla discoteca Amaracao, che appartiene allo stesso proprietario. Nello stesso periodo, il 2008, Larry gestiva anche il ristorante a Cappella Vecchia, la Locanda del Giullare, poi ceduto a un nuovo gestore. In quel locale si brindò dopo la strage di Castelvolturno.
(r.cap.)






