Caserta, innocente per il pm resta per tre anni in cella: scarcerato
Caserta, innocente per il pm resta
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CASAL DI PRINCIPE (23 giugno) - Un errore giudiziario che è la somma di tre coincidenze. Il destino e tanti indizi messi uno dietro l’altro. Una detenzione ingiusta che è la somma di tre decisioni sbagliate. E sono queste, più della condanna immeritata, a gettare un’ombra su un giorno felice, il primo dopo sette anni, tre mesi e due settimane di tormenti. Alberto Ogaristi è di nuovo libero. È passato dall’ergastolo alla sua casa, a Casal di Principe, quando non se l’aspettava più.
E invece la bella notizia è arrivata: dalla Corte di appello di Firenze, che ha fama di ufficio severissimo, senza che neppure ci fosse stata un’udienza. Non è ancora un’assoluzione ma non è più il carcere, ed è una mezza riabilitazione - quella morale - che renderà più leggero e semplice il cammino verso quella giudiziaria.
«Mi ha avvertito la guardia mentre ero nella mia cella, a Rebibbia - racconta quasi in lacrime - ed è stata una emozione grandissima. Posso tornare a vivere».
Si è chiusa così, con la concessione della sospensione della carcerazione, la vicenda del giovane muratore di Casal di Principe, finito per errore in un processo di camorra e condannato all’ergastolo per l’omicidio di Antonio Amato, legato a una fazione dei Casalesi. Delitto di matrice bidognettiana che insanguinò una giornata che un altro agguato, poco prima, aveva già trasformato in data tragica: quello di Federico Del Prete, sindacalista degli ambulanti, ammazzato la sera del 18 febbraio del 2002, vigilia del processo agli esattori del racket di Mondragone.
Quella sera, senza che lui lo sapesse, iniziò l’odissea di Ogaristi. All’agguato era sopravvissuto un ragazzo albanese, che credette di riconoscerlo - ed è questa la prima coincidenza - in una foto che gli fu mostrata dai carabinieri. Non una foto segnaletica, perché Ogaristi era incensurato, ma una di quelle scattate di nascosto ai testimoni di fatti di camorra durante le audizioni in caserma. L’albanese sbagliò in buona fede, il fascio di luce che inquadrò l’assassino di Amato si soffermò su quella sagoma solo per pochi istanti, mentre pioveva a dirotto. Non fu sottoposto a confronto durante il processo perché nel frattempo era tornato in Albania. Una circostanza che due mesi fa ha comportato la sanzione della Corte europea di giustizia all’Italia, condannata a pagare un risarcimento di 15.000 euro, venuta meno alla regola del processo giusto.
Alberto Ogaristi fu arrestato l’8 marzo, due settimane dopo. Con lui anche Giovanni Letizia, uomo di provata fede bidognettiana, negli anni successivi passato nell’esercito di Giuseppe Setola, il killer delle stragi. Due anni dopo, l’8 marzo del 2004, la Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere mandò assolti i due imputati. Sentenza impugnata dalla Dda di Napoli, che il 3 novembre del 2005 ebbe parzialmente ragione dalla Corte di Assise di appello: Ogaristi fu condannato, Letizia assolto. I collaboratori di giustizia poi diranno, tutti, che lui invece era colpevole: non potrà essere processato mai più. Sentenza confermata a luglio del 2007.
Il 6 il muratore, che nel frattempo si era sposato ed era diventato padre di una bambina, fu arrestato. Per evitare il carcere tentò il suicidio, lanciandosi dal tetto.
Lo aveva sempre detto, che era innocente. Aveva esibito - seconda coincidenza - un alibi impreciso come può esserlo quello di chiunque non abbia una ragione precisa per fissare il ricordo di una data: «Ero con la mia fidanzata. Che giorno era? Quello, ne sono certo. Lei dice di no? E allora mi sbaglio, oppure si sbaglia lei....».
Aveva fatto appello alla sua fedina penale immacolata, alla sua fama di gran lavoratore, alla sua disponibilità verso chi indagava. Lo condannavano certe parentele scomode e le frequentazioni imbarazzanti - terza coincidenza - al kartodromo di Castelvolturno, il capriccio del boss Cicciotto ’e mezzanotte.
Ma Alberto Ogaristi era innocente. Lo aveva confessato sei mesi dopo la decisione della Cassazione il pentito Massimo Iovine, uomo della camorra liternese: «Vivo con la morte nel cuore perché in carcere c’è un giovane che sta pagando per un omicidio commesso da me. Fui io a uccidere Antonio Amato, quell’Ogaristi non c’entra niente».
Ad aprile del 2008 - mentre Setola faceva partire la sua offensiva contro lo Stato, i pentiti, gli africani, i testimoni di giustizia - il pm antimafia Raffaello Falcone, che aveva sostenuto l’accusa in Corte di Assise, chiedeva lui stesso la revisione del processo. Ma la Corte di appello di Roma, dopo qualche mese, aveva respinto la richiesta e pure la sospensione della carcerazione. Per Ogaristi e i suoi difensori un’altra delusione.
La Cassazione aveva censurato i giudici romani, il fascicolo era passato a Perugia. Niente da fare neppure lì. Alcuni mesi fa, la nuova decisione della Suprema Corte (V e VI sezione) e il passaggio a Firenze. Ieri la bella, e ormai inattesa, notizia.
«È troppo presto per sapere come mi sento - dice ancora Ogaristi, con la moglie che lo abbraccia e lo bacia e i vicini che lo festeggiano - se provo odio o rancore. Ora voglio solo godermi la mia famiglia. Quando sono stato arrestato la mia bambina aveva un anno e mezzo, ora ne ha cinque e devo recuperare il tempo perduto. Il lavoro? Devo prima cercarlo. Poi si vedrà».
Il processo ai veri assassini, mandanti ed esecutori, è iniziato il 15 gennaio scorso.






