Video realizzato per la 15^ edizione del premio Estense Scuola dall'ITI "N.Copernico-A.Carpeggiani" di Ferrara; ispirato al libro di Rosaria Capacchione "L'oro della camorra"  

Caserta, il Riesame «dimentica» verbale Zagaria jr libero, la Dda in Cassazione

CASERTA (7 luglio) - L’intervento diretto, violento, palesemente intimidatorio, della famiglia Zagaria su Raffaele Cantile, imprenditore di grosse fortune trapiantato in Emilia Romagna. Non chiedevano denaro ma la rinuncia a pretendere il dovuto per l’acquisto di alcuni appartamenti, obiettivo perseguito con ostinazione e con le minacce, denunciate alla polizia e confermate in Procura pure quando era arrivata la risposta: l’attentato all’auto del padre anziano, che vive proprio accanto all’enclave dei familiari del boss latitante, Michele Zagaria, capo in libertà del cartello dei Casalesi. Carmine Zagaria, uno dei fratelli del boss, era stato arrestato ad aprile. Con lui anche il padre Nicola, che nell’estorsione era intervenuto direttamente.

Ma, a sorpresa, il Tribunale distrettuale del riesame, pur riconoscendo la sussistenza del reato contestato - e cioè l’estorsione aggravata dal metodo mafioso - aveva confermato la custodia cautelare (ai domiciliari) per l’anziano Nicola Zagaria ma non per il giovane Carmine. Il motivo? Per oltre due mesi è rimasto sconosciuto. Il collegio della XII sezione del Riesame (presidente Teresa Areniello, giudici Rosanna De Rosa ed Elvira Russo) ha depositato l’ordinanza a più di due mesi dalla decisione, che risale al 21 aprile. E nelle ventiquattro righe finali di un provvedimento lungo sei pagine, i giudici scrivono che «il coinvolgimento nella vicenda emerge dalle dichiarazioni de relato rese dal Cantile». La pubblica accusa, «non ritenendo di sentire sul punto il teste diretto, per comprensibilmente cercare di salvaguardare la sua incolumità», avrebbe operato una scelta processuale che invece avrebbe precluso l’utilizzabilità piena delle dichiarazioni d’accusa.

Il risultato? «Sussiste certamente un quadro di forte sospetto circa il coinvolgimento di Zagaria Carmine nella vicenda, ma non un grave quadro indiziario».
Una motivazione che ha sorpreso non poco i magistrati della Dda di Napoli (Antonello Ardituro, Marco Del Gaudio e Catello Maresca) titolari dell’inchiesta. Anche perché Antonio Cantile, padre della vittima dell’estorsione, invece era stato interrogato dalla Squadra Mobile a febbraio scorso, dopo l’attentato ai suoi danni. «Sono venuto a conoscenza, in più fasi, da mio fratello Fernando, che c’era la ferma volontà - aveva detto - , sia da parte di Fontana Antonio che poi da parte di Zagaria Carmine che l’appartamento in questione, invece di andare a saldo di un debito del Fontana nei confronti di mio figlio Raffaele, doveva addirittura essere comprato da quest’ultimo, ben sapendo che questi, comunque, sarebbe stato danneggiato due volte. Intendo, cioè dire che sia Fontana che poi Zagaria Carmine volevano imporre a mio figlio di pagare per intero il prezzo della casa, oppure di recedere dall’azione legale da lui intrapresa».

Aveva anche detto di non ricordare (ma di non escludere) l’incontro diretto tra lui e Carmine Zagaria, avvenuto nella masseria del fratello Ferdinando. Dichiarazioni che sono state anche oggetto di valutazione da parte del gip Tullio Morello.
È questo l’elemento forte sul quale la Dda di Napoli ha fondato il ricorso per Cassazione, depositato ieri. Cioè, sulla mancata valutazione del verbale di interrogatorio di Antonio Cantile, allegato agli atti a disposizione del gip e poi del Riesame e contenuti in una richiesta integrativa, trasmessa a febbraio dall’ufficio di Procura alla cancelleria del giudice Morello. I pm antimafia hanno chiesto alla Suprema Corte di annullare l’ordinanza del 21 aprile, ritenendo sussistente la gravità indiziaria a carico di Carmine Zagaria. L’uomo, già condannato nel processo per la scalata del clan alle finanze di Parma e Milano, attualmente sarebbe il referente del fratello Michele, condannato all’ergastolo e irreperibile ormai da quasi quindici anni.

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