Sfida tra clan nel Casertano per il monopolio della tazzina di caffé

   Da il Mattino

 

13-06-2010 sezione: CAMPANIA

di Rosaria Capacchione

MARCIANISE (13 giugno) - «Che fai qua?» «Ora lavoro, faccio il rappresentante e vendo il caffè. Questi sono due pacchi di crema per il granitone, te li lascio e mi fai sapere». «Ma io il rappresentante ce l’ho già...» «Allora non hai capito. Pure io devo campare. Mo’ ti lascio la crema di caffè, la fai assaggiare e poi parliamo».

Marcianise, bar del centro storico. Un bel locale rimodernato di recente. Ai tavolini ci sono i soliti clienti che assistono in silenzio alla scenetta. Riconoscono il rappresentante, è parente di uno dei capifamiglia del clan perdente, quello dei Quaqquaroni. Torna qualche giorno dopo, la scena si ripete con un pizzico di arroganza in più. La granitona non è piaciuta, il barista riferisce, il rappresentante gli lascia ugualmente uno scatolone di preparato: «Fa quattro euro e cinquanta al chilo, passo la settimana prossima per un’altra consegna».
Marcianise, bar del quartiere Macello. Anche qui arriva il rappresentante del caffè. Ma il marchio è differente, il giovanotto è della concorrenza. È un amico della famiglia vincente, quella dei Mazzacane. Il prezzo è leggermente più alto, le modalità di vendita sono le stesse: prendere e pagare, perché lasciare non si può. Il business non è cambiato, la qualità è sempre scadente. Qualche anno fa, una intercettazione telefonica documentò il disappunto di un rappresentante casalese: «Non lo vogliono, e hanno pure ragione. L’ho assaggiato, è proprio una ciofeca». Niente di più, cioè, di un liquido amarognolo, assai simile all’acqua di cottura della verdura.

Ma questa volta la novità è la guerra sotterranea tra un clan, quello dei Belforte-Mazzacane, duro a morire, e l’altro, eterno concorrente sulla stessa piazza, che cerca una improbabile resurrezione. Si contendono il mercato dei coloniali a colpi di forniture imposte con il sorriso sulle labbra e la minaccia esplicita. Hanno messo le mani sulla rappresentanza di due marchi napoletani: il «Torrefazione caffè Janeiro» con natali a Frattamaggiore e vendita online; e il «Caffè Borbone», distribuito in tutto il Mezzogiorno assieme alle macchinette per le cialde.

È la stessa azienda che di recente è stato al centro di una vivacissima polemica di alcune associazioni di donne, a partire dall’Udi, che hanno chiesto al rimozione dei cartelloni pubblicitari: «Noi te la diamo gratis», recita - con un palese doppio senso - lo slogan sovraimpresso sull’immagine di una donna procace. Le due torrefazioni, a dire la verità, non hanno niente a che fare con la sfida di camorra che si sta consumando nell’area industriale di Caserta. Molto probabilmente la fedina penale dei loro collaboratori è anche sconosciuta all’ufficio del personale.

Ma la guerra, con relativo ritorno in campo della famiglia Piccolo-Quaqquarone, quella sì che interessa agli investigatori. E la vicenda è finita in una recentissima informativa della Squadra mobile di Caserta. Non è ancora un’inchiesta vera e propria, ma la curiosità è fortissima. Anche perché c’è da rilevare il mercato lasciato scoperto, nell’agro aversano e sul litorale domiziano, dalla squadriglia di Giuseppe Setola. Per arrotondare le entrate, i suoi fiancheggiatori erano cooptati dalla rete commerciale di un altro marchio di caffè. Ne parlava la madre di Salvatore Santoro, autista e capo-staffetta del killer, con il mago Filippo, il suo cartomante di fiducia. «Lui portava del caffè, comunque un pentito qua sta parlando, allora... lui ogni tanto portava il caffè... io non posso parlare.... Quello per il lavoro suo, che ha incominciato a fare, sono due mesi che ha incominciato a fare...».

Nat

                                            

HET GOUD VAN DE CAMORRA