Mafia. Le polemiche sulla morte di don Diana: corsi e ricorsi di una malattia italiana
Dopo le polemiche scatenate da un articolo di Roberto Saviano su “Repubblica”, che attaccava Gaetano Pecorella per alcune insinuazioni intorno alla morte di don Peppino Diana, la società civile si mobilita e lancia l’appello: “Adesso parta la fiction Rai pronta da due anni”.
di Cecilia Dalla Negra
IL MISTERO DELLA FICTION SCOMPARSA – “Che fine ha fatto la fiction pensata dalla Rai su don Peppino Diana?”. Se lo chiedono Giuseppe Giulietti, portavoce di Articolo 21, e Roberto Morrione, presidente di ‘Libera”, associazione che da anni lotta contro tutte le mafie. Con loro dovrebbe chiederselo un intero Paese, un’intera pubblica opinione. Dopo le polemiche sollevate nei giorni scorsi dalle esternazioni dell’on. Gaetano Pecorella, storico avvocato di Silvio Berlusconi, cui ha fatto seguito su “Repubblica” un articolo di condanna firmato da Roberto Saviano, qualcosa nelle coscienze popolari si muove, e lentamente emerge una domanda ancora troppo debole: perché la fiction “Per amore del mio popolo non tacerò”, miniserie in due puntate prodotta da Aurora Film, il cui progetto è pronto per essere lanciato sulle reti del servizio pubblico nazionale, rimane a prendere polvere su qualche scrivania da due anni? “È mai possibile – si chiedono ancora i firmatari dell’appello – che non si possa pensare una serata ricca di approfondimenti sull’operato di don Peppino, simbolo di resistenza contro lo strapotere e l’arroganza dei clan?”. No, evidentemente non è possibile, perché “in un palinsesto televisivo pieno di inutili repliche” pare non ci sia posto per raccontare la lotta di un sacerdote che a Casal di Principe - quel non-luogo regno incontrastato dei Casalesi – fece della tranquilla chiesa di San Nicola un palco per gridare le sue accuse contro il potere della mafia, e per questo venne assassinato il 19 marzo del 1994. E anche se quello spazio prima o poi si troverà – arriva a chiusura delle polemiche l’annuncio che Carlo Lucarelli con il suo “Blu Notte” in autunno dedicherà uno speciale alla vicenda – non se lo sarà meritato un’opinione pubblica incapace di difendere la memoria di don Diana, e incapace insieme di trovare quell’indignazione necessaria a portare avanti una lotta che per lui si interruppe quel 19 marzo, sul sagrato della sua chiesa.
ITALIANE CONTRADDIZIONI – Pare incredibile che a distanza di 16 anni dalla morte ancora ci si trovi a discutere del “martirio” o meno di un sacerdote che si sacrificò “per amore del suo popolo”, ma sul quale badili di fango furono lanciati all’indomani del suo assassinio, come non fosse bastato metterlo a tacere per sempre. L’ultima polemica in ordine di tempo nasce da alcune dichiarazioni dell’onorevole Gaetano Pecorella - all’epoca dell’assassinio di don Diana membro della Commissione Giustizia alla Camera, e parallelamente avvocato difensore del boss Nunzio Di Falco, mandante secondo le sentenze dell’omicidio di don Diana – e attuale presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti. Che vuol dire ‘Ecomafie’, quel settore in cui i guadagni dei Casalesi che lui un tempo ha difeso in nome del santo garantismo sono particolarmente saldati. E forse sta proprio qui il problema di questo Paese: che nessuno trovi niente da ridire per questa piccola contraddizione. Tant’è, l’onorevole Pecorella nel corso di un’intervista rilasciata a Nello Trocchia per ‘Articolo 21’ nei giorni scorsi, alla domanda: “A suo avviso don Diana non è stato ucciso perché si impegnò contro i clan?” risponde: “Io non ho avvisi (…): quella dell’impegno anticamorra è tra le ipotesi (per il movente dell’omicidio, ndr), ma nel processo non è emerso in modo clamoroso, non è mai venuta fuori un’attività di trascinamento, di gente in piazza. Non è che c’erano state manifestazioni pubbliche, documenti. Qualcuno ha detto anche questa ragione. Come vede ci sono tanti moventi. Certamente è stato ucciso dalla camorra. Chi viene ucciso dalla camorra è una vittima della camorra. Ora se è un martire bisogna capirlo dal movente che non è stato chiarito”. Già, perché evidentemente le centinaia di persone scese in piazza a manifestare dopo il suo assassinio non contano come “manifestazioni”, la strenua lotta di don Diana contro i Casalesi non vale come “attività”, e soprattutto il toccante testo di accusa da lui redatto, “Per amore del mio popolo non tacerò”, non è un valido “documento”. Una tesi accettabile, se in questo Paese è accettabile che l’avvocato difensore di un mafioso, mandante di un omicidio, sieda poi la poltrona di presidente in una commissione d’inchiesta contro il fenomeno mafioso stesso. Superfluo dunque ricordare che, se non bastasse un minimo di senso civile per non infangare la memoria di don Diana, una sentenza della Corte di Cassazione, emessa nel marzo del 2004, ha specificato che fu assassinato per il suo impegno contro la camorra, e che Nunzio Di Falco fu condannato all’ergastolo come uno dei mandanti dell’omicidio.
LE “SIGNIFICATIVE” SCUSE – E se in un primo momento Pecorella aveva bollato come sintomo di “poca conoscenza di vicende giudiziarie” e “stupidità politica” le accuse mossegli da Roberto Saviano nel suo lungo e toccante articolo, in seguito è costretto a battere in ritirata e presentare le sue scuse ufficiali alla famiglia di don Peppino. “Se sono stato causa di amarezza per voi o ritenete che abbia offeso la memoria di vostro figlio, vi chiedo scusa”, scrive in una lettera indirizzata ai genitori del prete ucciso, e pubblicata ancora una volta da “Repubblica”. È stato “travisato”, sostiene, “ho detto esattamente il contrario”. E sulla richiesta di dimissioni giunta dalle fila dell’opposizione per voce di Dario Franceschini, segretario del Pd, Pecorella scrive che “la lotta alla mafia e l’inefficienza di chi ha governato la Campania mi appartiene a tal punto che ho chiesto di presiedere proprio quella commissione che qualcuno vorrebbe che lasciassi”. E prosegue: “Rivendico il mio diritto a difendere chi sia accusato anche dei più gravi reati, ma i giudici che hanno celebrato il processo sanno che ho trattato sempre con rispetto la figura di vostro figlio”. Scuse che secondo don Luigi Ciotti, presidente nazionale di ‘Libera’, sono “particolarmente significative” perché “difficilmente i politici sono disposti a chiedere scusa”, e accolte felicemente anche dai familiari di don Peppino.
UNA STORIA TROPPO VECCHIA - Ma polemiche a parte, quella che si è messa in moto nei giorni scorsi è una storia vecchia per l’Italia, e fin troppo conosciuta. Quella che vuole, dopo ogni omicidio di mafia, uno strascico di insinuazioni che tentano di uccidere due volte la vittima: prima fisicamente, e poi con la calunnia, nel tentativo paradossale di giustificarne l’eliminazione, o quantomeno di renderla meno grave e clamorosa agli occhi della pubblica opinione. Con Paolo Borsellino e Giovanni Falcone avvenne quando ancora erano in vita, e la stampa gli si rivoltava contro tacciandoli di arrivismo, di voler far carriera sui processi di mafia. Quello che successe a don Peppino, nei giorni che seguirono il suo omicidio, fu una lunga sequela di articoli di giornale e pubbliche esternazioni, orchestrate dai camorristi, che lo calunniavano accusandolo di favoreggiare alcuni clan, nasconderne le armi, persino avere relazioni con donne non meglio identificate. Una campagna diffamatoria che si arrestò grazie all’indignazione della gente, per strada, e alle sentenze che misero nero su bianco come don Peppino fosse stato una vittima, un martire, un uomo eliminato per il proprio impegno nella lotta contro la camorra. Ma per la quale, evidentemente, a distanza di 16 anni dalla morte c’è ancora spazio. Scrive Nello Trocchia ancora su “Articolo 21”: “A noi sembrava, oltre che interessante, grave che qualcuno, dopo sentenze passate in giudicato, pronunciamenti della magistratura, potesse riaprire la vicenda, soffocare la voce libera e alta di un parroco ammazzato dalla mafia casertana. Ancora più grave se queste dichiarazioni arrivano da un presidente di commissione, onorevole della Repubblica”. Se la lotta contro la mafia non ha colore, non dovrebbe averne neanche il rispetto per le sue vittime.
Cecilia Dalla Negra





