Tangenti a Orta, processo a Brancaccio

Estorsione, corruzione, peculato. Solo dall’accusa di aver fatto parte di un’associazione per delinquere si è salvato, essendosi il gup convinto che i suoi compagni di cordata fossero complici occasionali e non partecipanti a un unico e preordinato disegno criminale. Il giudice dell’udienza preliminare di Santa Maria Capua Vetere, Antonio Baldassarre, al termine di una lunghissima camera di consiglio, lo ha infatti rinviato a giudizio per tutti gli altri reati che gli erano stati contestati dalla Procura nelle due ordinanza di custodia cautelare in carcere notificate nel maggio del 2997. Angelo Brancaccio, ex sindaco di Orta di Atella, consigliere regionale eletto nel 2005 in quota Ds, polemicamente transitato, due anni fa, nel gruppo dell’Udeur, di cui è diventato dirigente regionale, il 17 novembre prossimo dovrà comparire dinanzi al Tribunale (II sezione, presidente Picardi), per rispondere, appunto, di concussione, corruzione e peculato, e cioè l’utilizzo illecito di due telefonini del Comune (uno era in uso alla moglie) pur essendo già consigliere regionale. Con lui, a giudizio, gli uomini che l’inchiesta dei carabinieri di Caserta aveva individuato quali complici necessari per la trasformazione del Comune di Orta in una sorta di regno personale nel quale nulla poteva essere deciso senza riconoscere una quota anche al sindaco. Ci sono tecnici comunali, consulenti, costruttori di fiducia, poliziotti e carabinieri che lo tenevano aggiornato sulle indagini a suo carico. Per rivelazione di segreto d’ufficio, per esempio, dovrà essere processato il maresciallo dei carabinieri Giuseppe Iannini, in servizio alla compagnia di Castello di Cisterna; è già a giudizio Carmine Rennella, poliziotto che all’epoca dei fatti (tra il 2005 e il 2007) lavorava in Procura. Di lesioni e calunnia risponde il costruttore Antonio D’Ambra. Di corruzione e falso i tecnici comunali Nicola Iovinella, Salvatore Ragozzino, Giuliano Limatola. Antonella Patricelli, amica del sindaco, dovrà invece rispondere di false dichiarazioni al pubblico ministero. Esce di scena, infine, Antonio D’Addio, l’altro poliziotto coinvolto nell’inchiesta, segretario particolare di un pm, al quale Brancaccio pagò la rivelazione di una informazione su di lui con la prestazione di una giovane prostituta. Per il gip, l’informazione non era affatto segreta, al più riservata, e di conseguenza lo scambio non può essere inteso come una corruzione.





