Caserta, Rosaria Capacchione incanta il festival del Giornalismo di Perugia
PERUGIA - Una passione per il giornalismo che non è affatto doma, quella della casertana Rosaria Capacchione, cronista sotto scorta e autrice del libro "L'oro della camorra", in cui si parla del passaggio dei clan dall'economia locale a quella nazionale e internazionale.
"I giornali oggi stanno tagliando a tutto spiano - ha detto - ma se mi mettono dietro a una scrivania, mi licenzio e vado a fare la free lance".
Affollatissima la Sala dei Notari, nel Palazzo dei Priori di Perugia, venerdì scorso, per ascoltare al Festival del giornalismo la testimonianza di questa coraggiosa cronista di "nera" e giudiziaria del Mattino di Napoli, che lavora alla redazione di Caserta in via Roma: provincia patria del violentissimo clan dei Casalesi.
"Perchè hai cominciato a parlare di camorra?", le ha chiesto Bianca Berlinguer nei panni dell'intervistatrice. "Un giornalista si occupa della sua terra, e ha il dovere di raccontare ciò che accade", ha risposto Rosaria Capacchione che da un anno è costretta a condividere la sua vita con gli uomini della Polizia che lo Stato le ha assegnato come scorta. Troppe le minacce che la camorra le ha fatto arrivare. Una vita professionale, la sua, fatta di meticolosità nel capire ciò che tutti i giorni avviene nella sua Caserta, patria dei Casalesi. Che le hanno promesso la morte, dopo un articolo in cui lei ha analizzato un'ordinanza di dissequestro di beni per un valore di 10 miliardi di lire. Dissequestro poi annullato dopo la denuncia.
Tre i pentiti che hanno rivelato l'esistenza di un piano per ucciderla. Dalle sue parole non è emersa alcuna voglia di eroismo: solo tanta cura per il proprio mestiere.
"Il punto focale della metodologia della Capacchione appare subito chiaro: "devo sempre verificare". Rosaria Capacchione si è battuta fin da sempre per la denuncia della Camorra nella sua terra, ma è stato con il processo Spartacus nel 2008 che ha ricevuto la minaccia che ha portato ad assegnarle la scorta: "Ho fatto solo il mio lavoro, giorno per giorno", si difende.
"Paura?" chiede la Berlinguer. "No" e coperta da un applauso spontaneo aggiunge "si ha paura una sola volta, poi si deve decidere se andare avanti o fermarsi. Io ho avuto paura ma ho deciso di continuare". Il dibattito approfondisce la delicata situazione campana, ricordando che in fondo "c'è la convenienza per l'imprenditoria a fare i soci con i camorristi". Si prosegue ricordando di come il clan dei Casalesi sia divenuto famoso grazie al caso mediatico di Gomorra di Roberto Saviano e, quando le viene chiesto se tanto clamore sia stato un bene, aggiunge: "Bisogna saper sfruttare l'evento mediatico: come si è combattuta la Mafia, va combattuta la Camorra: ora si sa che c'è".
La Capacchione prosegue insistendo sul fatto che la sua intenzione è sempre stata e continuerà ad essere quella di denunciare ciò che accade, perché se fosse il contrario verrebbe meno al suo dovere di giornalista: "Nessuno deve fare l'eroe, ognuno deve fare il suo." E agguerrita aggiunge: "Che cosa ci costa comprare un prodotto piuttosto che un altro se sappiamo che altrimenti il nostro acquisto andrebbe a finanziare la Camorra? Ci sensibilizziamo su tutto ciò che accade all'estero ma in casa nostra non vediamo nulla".
Bianca Berlinguer prosegue l'intervista facendo ripercorrere all'ospite le tappe della sua carriera di giornalista, che l'hanno portata , insieme alla sua curiosità, ad informarsi su quello che stava accadendo: "Era inevitabile parlare del clan dei casalesi".
E da qui l'amara conclusione: "Oggi c'è il rischio che con tanti free-lance, il lavoro di giornalista si riduca al desk, senza verificare, senza chiedere alle persone, parlare con loro. La cosa più bella del mio lavoro è il contatto con la gente, che mi manca tanto".
"Manca, aggiunge, una risposta politica - ha denunciato riferendosi alla lotta alla camorra da parte dello Stato - L'importante è che non ci siano morti per terra. Si pensa alla sicurezza personale" e non a quella collettiva.
Sono stati tanti i giovani giornalisti che le si sono fatti sotto al termine dell'incontro. Cosa possiamo fare noi?, le è stato chiesto. "Rimanere nella vostra terra, e raccontare ciò che vedete".
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