La verità val bene un'inchiesta

Giugno 2007

Intervista alla giornalista Rosaria Capacchione
La verità val bene un'inchiesta

di Pietro Nardiello

Intervista a Rosaria Capacchione, giornalista de «Il Mattino» di Napoli più volte entrata nel mirino del clan dei Casalesi a causa dei suoi articoli scomodi sugli affari e le collusioni camorristiche nel casertano «Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza e la criminalità, impone ai politici il buon governo». Sono queste parole di Giuseppe Fava, giornalista assassinato dalla mafia a Catania nel 1984, le più adatte per introdurre Rosaria Capacchione, giornalista da ventisette anni, tra le file de «Il Mattino» di Napoli sin dal 1985 e adesso vicecaposervizio alla redazione di Caserta.
La incontriamo al Festival di Letteratura “Passepartout” di Asti la cui direzione, nell’edizione appena conclusasi, ha voluto dedicare una giornata in memoria di Giovanni Falcone e delle vittime di mafia. Rosaria partecipa come relatrice a un laboratorio per giovani studenti dedicato al giornalismo d’inchiesta che, ci tiene immediatamente a sottolineare, «viene purtroppo confuso con quello di cronaca che dovrebbe vedere il cronista semplicemente impegnato a riportare i fatti accaduti. Spesso – prosegue – ci si dimentica che l’articolo di un giornalista deve rispondere a cinque domande: chi, come, dove, quando e perché. Proprio quest’ultima viene sistematicamente omessa riducendo, così, di significato l’articolo. Solamente spiegando i “perché” possiamo offrire un buon servizio al lettore, come ci richiede la deontologia di questa professione».
Proprio la continua ricerca del “perché” negli anni le ha procurato più di qualche semplice preoccupazione. Lavorare in una realtà come quella del casertano, un territorio nel quale opera un’organizzazione camorristica pervasiva come quella dei Casalesi, non è semplice, e Rosaria è diventata un obiettivo di cui il clan avrebbe voluto sbarazzarsi.

Come mai?
Quest’antipatia nasce in seguito alla pubblicazione di una serie di articoli che hanno arrecato seri danni all’organizzazione.

Ha ricevuto minacce?
Minacce dirette non mi sono mai state fatte, ma durante un’udienza il collaboratore di giustizia Dario De Simone, numero tre del clan, riferì dell’esistenza di un piano, risalente agli anni Novanta, nel quale era prevista la mia uccisione; lo stesso, prima con dichiarazioni rese ai pm antimafia e poi in aula, parlò di un odio della famiglia Schiavone nei miei confronti perché con i miei articoli avevo causato tanti fastidi al clan.

(L'intervista integrale è stata pubblicata sulla rivista cartacea)

Nat

                                            

HET GOUD VAN DE CAMORRA