Cosentino, il Geometra e il consorzio in odore di camorra
di Rosaria Capacchione
ROMA (18 luglio) - «Un complotto? Io organizzatore di un complotto? Non scherziamo. E’ un modo di fare politica che non mi appartiene, né per cultura né per strategia. Ma voglio starci, voglio assecondare quest’ipotesi fino alla fine. Dunque, mi pare di capire che io avrei tramato contro Stefano Caldoro per distruggerne l’immagine di candidato. Cioè, di demolire l’uomo che io stesso, coordinatore regionale del partito, avevo proposto e presentato. Ma dico, se lui avesse perso avrei perso anche io, che interesse avevo a farlo? Tra l’altro, io ho fatto il passo indietro che mi era stato richiesto, rinunciando alla candidatura alla presidenza della giunta regionale, due settimane prima dell’esame in Cassazione del ricorso sull’ordinanza di custodia cautelare: carta canta, i giornali con le mie interviste e con i resoconti della conferenza stampa sono visibili a tutti».
E’ un Nicola Cosentino stanco e nervoso, quello che accetta di parlare dopo l’interrogatorio in Procura. Lo fa davanti a una tazza di caffè, allentando la cravatta a fondo blu. Berlusconiana? «Non direi, non ha i pois piccoli piccoli che usa il presidente Berlusconi», corregge scherzando. Poi si lascia andare: «Un caffè ci vuole, stanotte ho dormito pochissimo».
La prima volta davanti ai due magistrati che lo accusano di aver tramato contro il candidato del Pdl alla Regione e con una sorta di faccendiere, Pasquale Lombardi, per ottenere una decisione favorevole dalla Cassazione. I pm di Napoli, che ne hanno chiesto e ottenuto l’arresto, invece non lo hanno mai interrogato. «Eppure ho sempre chiesto di essere sentito». Non è escluso che possano farlo adesso, anche perché dei suoi rapporti antichi con Pasquale Lombardi esiste un’altra traccia: la nomina nel consiglio di amministrazione del consorzio Ce4, quello che ha gestito l’affare rifiuti in accordo con la camorra.
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di Rosaria Capacchione © Il Mattino
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CASERTA (7 luglio) - L’intervento diretto, violento, palesemente intimidatorio, della famiglia Zagaria su Raffaele Cantile, imprenditore di grosse fortune trapiantato in Emilia Romagna. Non chiedevano denaro ma la rinuncia a pretendere il dovuto per l’acquisto di alcuni appartamenti, obiettivo perseguito con ostinazione e con le minacce, denunciate alla polizia e confermate in Procura pure quando era arrivata la risposta: l’attentato all’auto del padre anziano, che vive proprio accanto all’enclave dei familiari del boss latitante, Michele Zagaria, capo in libertà del cartello dei Casalesi. Carmine Zagaria, uno dei fratelli del boss, era stato arrestato ad aprile. Con lui anche il padre Nicola, che nell’estorsione era intervenuto direttamente.






